Ho appena assistito a un interessante documentario trasmesso dalla tv tedesca sui Media-Lab del MIT.
Molta enfasi é stata posta sulla filosofia dei Media-Lab completamente diversa da quella dei “normali” centri ricerca sparsi nel mondo non USA (in particolare in Europa).
In breve, la sinergia tra industria e universitá é allo stato dell´arte: cospiqui finanziamenti da parte delle big companies (Google, General Motors, etc) ma allo stesso tempo non ingerenza dei suddetti finanziatori nelle attivitá svolte ai Media-Lab. L´accordo prevede infatti libertá assoluta di spendere i fondi a disposizione con il solo vincolo di presentare le nuove soluzioni alle aziende(non importa se sono bizzarre, non applicabili e se non ci si potrá ricavare denaro subito). Le aziende presentano a loro volta le loro open issues..
Risultato: decine di milioni di dollari confluiscono ai MediaLab e decine di innovazioni vengono brevettate ogni anno e date in pasto alle aziende (“technology transfer” sarebbe il termine ufficiale).
Insomma i medialab (e probabilmente tutto il MIT) sembrano una specie di “oracolo sacro della consulenza” a cui nessuno si puó permettere di imporre alcunché. Pena il crollo del profiquo sistema basato sulla libertá di pensiero e di azione.
Se devo essere onesto peró la “qualitá” di molte delle innovazioni al Media-Lab non mi ha favorevomente impressionato, ma senza dubbio in mezzo a una tale mole di progetti e a una concentrazione di risorse si annida sicuramente qualche “disruptive innovation” e qualche “breakthrough”. Da approfondire.
La cosa che piú mi ha colpito é la frase pronunciata dal direttore dei Media Lab, Frank Moss, sulle conseguenze dei possibili fallimenti dei progetti di ricerca finanziati al Medialab, (che, come in tutti i centri ricerca mondiali sono all´ordine del giorno…con la seguente variazione di prospettiva):
“When you fail, it´s fine”
